Balilla Bar

È già finito il primo tempo, ma lei non ha ancora sorbito il suo sbeccato e polverosissimo bicchierino zeppo di Tavernello, che, a dire il vero, non hanemmeno sfiorato, perché lo avvicina alle labbra, questo sì, ma più per coprirsi la bocca, e ogni volta si accorge che quella specie di maschera, oltre a non coprirle affatto la bocca, corre il rischio di farla apparire ancora più grande, spiaccicandola sulla convessità di quell’imbevibile rosso trasparente da quattro soldi; così lei, lievemente impaurita, lo allontana da sé, e, puntellando tutto il peso sul tacco dodici rimasto all’interno del bar, ricominciaa parlare – hai visto? dice a un tipetto in tuta e scarponi antipioggia sfumacchiante sull’uscio cioè lo dico a te perché siamo amici, ma prima,quando hanno segnato, sto qua approfitta del casino e mi si struscia addosso, capito, quel ciccione mi pigia la pancia sulla spina dorsale e mi fa sentire il suo sudore, così per esultare lei si porta alla bocca il bicchierino rosso, gettando uno sguardo da gatta stanca alle sue spalle – dai dai, mi sembra sentirlo bisbigliare da dietro tutto focoso, ma dai dai cosa, mi viene da dirgli, che poi devi sapere che lui, il ciccione, era il mio capo quando lavoravo per l’altra impresa di pulizie, e non si mischia il lavoro con ‘sta roba, nel senso è capitato, e non dico che non mi sia piaciuto, ma se sei un uomo no, se sei un uomo vieni e mi dici in faccia quello che pensi – il tipetto, almeno vent’anni più giovane di lei, ma già con qualche ricciolo bianco e il volto crepato da una lieve tristezza nerd, non aveva ancora alzato dallo smartphone la sua sagoma incappucciatae dire che quel giorno non mi andava neanche di andare a lavorare, ero passata dall’asilo a riprendere il bambino, hai presente, esatto, il biondino, povero non ci sente, arrivo e c’è la suora che mi sbraita col gomito così, a fare l’aluccia arrabbiata, allora io le tiro una sberla, ma di quelle forti che ti ribaltano, prendo il bambino e me ne vado lei riporta il bicchierino alla bocca e guarda indietro, stavolta dall’altra parte, verso destra, e sotto il maxischermo della Samsung, inchiodato nell’angolo superiore a coprire una macchia d’umido sgocciolante come un tuorlo, vede il calcio balilla, qualche bottiglia di birra mezza vuota ormai tiepida poggiata sopra il bordo, e tutti quegli omini in fila, che le paiono imprigionati nella non vita da un felice incantesimo amante dei colori e delle distanze, e quasi li invidia, anzi, vorrebbe rimpicciolire e farsi una passeggiata solitaria sul campo da gioco, aggrapparsi alle loro gigantesche e rassicuranti caviglie in legno cromato, abbracciarli uno per uno sotto il roboante incedere della telecronaca della squadra del cuore – c’eri anche tu quella volta nello stanzino dei MocioVileda, mi verrebbe da dirgli, non per essere pesante, ma pensa che mi ha convinto a licenziarmi, quel giorno, per paura che sua moglie lo venisse a sapere, mi dice ti do i cash, e chi li vuole i tuoi cash, brutto muso da caprone, gli  faccio io, e lui, certo, meglio che non ti dia un bel niente, tanto li spenderesti tutti in bevute, e io stavo per tirargli una sberla, ma poi ho pensato che era vero, che ero una mezza alcolizzata, una che si fa mettere incinta sul posto di lavoro e poi non ha nemmeno il coraggio di dirgli che il bambino è suo– il tipetto incappucciato alza lo sguardo oltre le spalle di lei, il secondo tempo sta iniziando quindi sono andata in bagno, ma non sono riuscita a vomitare, la sera stessa ho preso i suoi cash el’ho piantata lì lei pizzica l’asticella degli occhiali dalla montatura nera rotondeggiantealquanto démodémi si sono appannati tutti, ma perché continua a piovere? – il bicchierino è sospeso nel punto medio della retta che dovrebbe unire lei e l’incappucciato, ma lui butta via la cicca, le strizza amichevolmente una spalla e fa per rientrare nel bar – aspetta anche se il bambino non ci sente ed è piccino, forse ha già capito di che pasta è fatta, pensa la mamma con orrore; pensa anche che forse gli potrebbe andare bene così, potrebbero andare allo stadio e tifare insieme la squadra del cuore – tieni questo dice lei porgendogli il bicchierino – non so cosa stessi guardando con tanta attenzione sul telefonino, ma qui il Wi-Fi non prende – lui abbozza un sorriso imbarazzato, ma non gli riesce – cià, brinda alla tua, vado a vedere se ci sono ancora biglietti per la Champions.

L’Inesistente
Credits: Carlo Carrà, La partita di calcio, 1934