Il riflesso dell’uomo che cade

Non era ancora caduto nessuno da quando l’ex prete abitava nell’appartamento in cima alle scale a chiocciola, ed era abbastanza stupefacente considerando l’architettura prosuicidio dell’edificio, ormai a pezzi e rattoppato con buste della Lidl inchiodate quattro volte ai calcinacci, ma per lo più forellato di vuoto, le porte si aprivano verso l’esterno e non tutte erano fissate con cura, tanto che spesso ti ritrovavi con una maniglia in mano, eppure mai nessun uomo a fine festa si era affacciato oltre l’esigua ringhiera di stracci appesi, sporgendo una quantità di corpo sufficientemente sbronza a precipitare nell’alba, che come un grande coltello di luce flessibile affettava i cetrioli per il pranzo a sacco di chi aveva perso la fede sul davanzale, e nella corte si affollava di ombre di gatti randagi su sfondo rosa cangiante, in famelica attesa del riflesso dell’uomo che cade.

Bussarono alla porta e l’ex prete, preso alla sprovvista, si procurò un taglio sull’indice destro, che portò istintivamente alla bocca, e rimase in attesa succhiando, il coltello adagiato sul davanzale e la testa ruotata verso l’ingresso, caso mai avessero cambiato idea, non capiva chi potesse essere a quell’ora, era molto presto, aveva appena cominciato ad albeggiare, e tutti, a parte le ombre dei gatti rantolanti nella corte dormivano o quasi, ma bussarono ancora – sappiamo che è in casa, può aprirci, per favore? – il lampadario del corridoio era ancora acceso, almeno le lampadine che funzionavano erano accese, doveva essere stata quella luce, filtrando sotto lo stipite, ad attirare l’attenzione di chi riteneva importante incontrarlo quella mattina – forza, non abbiamo tutta la giornata – non aprire mai agli sconosciuti, diceva mamma – chi è? – al di là dello spioncino un uomo con gli occhiali da sole e una tuta sgualcita dell’Adidas teneva per mano una bambina, forse sua figlia con i capelli color platino, una macchia a mezzaluna sulla guancia e una borsa a tracolla di Hello Kitty – scusi l’ora, ma dobbiamo andare in città per la scuola, e ci siamo dimenticati di mettere le verdure nel cestino per il pranzo – forse avevano visto i cetrioli sul davanzale, gli scarti rimasti attaccati alla lama li avrebbe buttati ai gatti che si strusciavano in basso, ai piedi della scala a chiocciola – stavo giusto tagliando dei cetrioli, non so se piacciono alla bambina – quando era in seminario quella era l’ora dell’Angelus, gli era rimasta l’abitudine di svolgere un’azione qualsiasi che potesse fondersi all’alba in quel momento, anche perché al call centre dove lavorava non avrebbe avuto molte possibilità di esperire la comunione con l’assoluto, che fede o non fede, per lui rimaneva una quasi certezza, così come il coltello affonda nel cetriolo tagliando una fetta, la quale, anche se non dritta e appicciata alla lama, rimane parte di una forma più perfetta, e lui sentiva di poter essere quella parte, un frammento irregolare di cetriolo rimasto attaccato al coltello dell’alba prima di cadere giù e diventare cibo per gatti – sono freschi, i cetrioli? – chiese il presunto padre della bambina platino da dietro la porta, il suo tono ora era quasi minaccioso – mi auguro di sì, signore, li ho presi ieri sera al supermercato, sono arrivato da poco da queste parti, ma mi pare vendano degli ottimi prodotti, le buste per la spesa, ad esempio, possono trasformarsi in finestre, se si sanno come crocifiggere – aveva letto su Facebook di una specie di serial killer assoldato dai neofascisti per purgare il vicinato dai pusher più anziani, in gergo ‘preti’, sfilare le carte di credito dai loro portafogli, prosciugare i loro conti correnti, e gli venne da sorridere perché lui aveva solo venticinque anni e lavorava in un call centre, di soldi ne aveva pochi e non sarebbe stato saggio metterli in banca, ma non credeva in quella storia dei killer di preti pusher, non si affidava alla Bibbia, figuriamoci alle ipocondrie social – prego, entrate, preparo subito un sandwich con i cetrioli alla bambina, non vorrei che faceste tardi – il presunto padre spinse dentro la bambina platino e tirò fuori dall’interno della tuta qualcosa di metallico che puntò alla nuca dell’ex prete, tornato verso il davanzale del suo monolocale in cima alla scala a chiocciola – se gridi ti ammazzo – mamma l’aveva detto di non aprire agli sconosciuti – ehi, devi stare zitto, mi hai sentito? – intanto la bambina aveva iniziato a rovistargli nelle tasche dei pantaloni e poi aveva continuato minuziosamente a perlustrare il piccolo appartamento, divellendo lenzuola, materasso, armadio e comodino – sei un prete, giusto? – il presunto padre lo colpì con forza dietro al ginocchio, facendolo cadere per terra, l’indice che si era tagliato affettando i cetrioli perdeva sangue, rischiava di infettarsi – cazzo, ti ho fatto una domanda, dove l’hai nascosta? – la bambina platino fece un cenno al presunto padre come per dire qui non c’è niente, quindi si avventò sull’ex prete e lo prese a borsettate di Hello Kitty sulla coscia sinistra, colpi decisi, ripetuti nello stesso punto, mentre l’altro, senza smettere di puntargli la pistola addosso, gli strappava i vestiti, gli toglieva le mutande, le scarpe, i calzini, lo palpava dappertutto, cominciavano a sentirsi delle sirene – sentite, temo che abbiate sbagliato persona – il presunto padre gli tirò un calcio nel costato, che gli fece male quasi quanto il giorno in cui il ragazzo baciato in seminario aveva fatto la spia – tira fuori la roba o ti ammazzo – mamma diceva di non aprire la porta, perché non si sa mai qual è l’intenzione delle persone – se volete vi do la mia carta di credito, ma basta, vi prego, cosa volete da me? – a un cenno del presunto padre, il quale, infilzandogli una rotula alla fine dello sterno, schiacciò la mano libera sulla bocca dell’ex prete per non farlo urlare, la bambina platino aprì la credenza e scagliò sul pavimento tutti i piatti, uno per uno – sicuri di non volere i cetrioli? – e poi tutte le tazzine da caffè, una per una, per sicurezza, quindi passò alle altre stoviglie – una busta finestra della Lidl? – tutti i cassetti erano ribaltati, mancava solo il bagno, ma era così minuscolo e spoglio che bastò controllare il serbatoio del water, ma anche lì niente – allora, ti do l’ultima possibilità, dove cazzo l’hai messa? – quando bussa qualcuno alla porta, prima di aprire, assicurati che abbia un aspetto riconoscibile, diceva la mamma – vi prego, lasciatemi, non ho niente, dopo la spesa di ieri mi restano solo pochi spiccioli – e questi dalle tasche rovesciate erano rotolati sul ballatoio della scala a chiocciola, dove presto qualcuno avrebbe lasciato l’impronta di una fuga, a strapiombo sulla corte in cui i gatti si erano radunati per leccare il riflesso dell’uomo che cade.

L’Inesistente
Credits: Francis Bacon, Study for a Portrait, 1953, Hamburger Kunsthalle